Milano sa parlare ai maker

Cristina Tajani, assessore alle politiche per il lavoro, Sviluppo economico, Università e Ricerca al Comune di Milano, ha chiamato a raccolta il mondo dell’innovazione sociale milanese per l’incontro “Milano city makers: gli innovatori diffusi che fanno la città”. Siamo in campagna elettorale e si vede, ma i contenuti non mancano.

Perché, spiega Aldo Bonomi, sociologo presidente di Aaster, in questi anni Milano è riuscita a creare una storia, cosa che non è successo a Roma. Non è la solita sfida campanilistica, ma la presa d’atto che nel capoluogo lombardo Comune, università, startup e innovatori hanno lavorato “facendo condensa” creando un ecosistema che sta dando i suoi frutti.

Università postfordiste

Bonomi ha tracciato un profilo di questo gruppo sociale “che cerca senso molto e reddito poco nel proprio lavoro”. Ci sono quelli che arrivano dai tempi eroici della new economy e che quindi hanno reti più lunghe e i giovani sbucati dalle università “che sono state un laboratorio, un bacino, una fabbrica sociale e che per certi versi hanno preso il posto delle grandi fabbriche fordiste”.

Sono giovani che vengono dalla crisi, dalla transizione dei ceti medi, disincantati di fronte alla politica con un forte radicamento metropolitano. Ma se un quartiere si sviluppa loro sono pronti a cambiare in fretta. Non hanno nessuna passione per la grande impresa, criticano le gerarchie verticali perché per loro conta l’orizzontalità dei processi.

Un ritratto frutto di un’indagine condotta da Bonomi al quale si affianca l’analisi di Stefano Micelli, docente di Economia e gestione delle imprese presso l’Università Ca’ Foscari e direttore della Venice International University, secondo il quale possiamo declinare in versione italiana la nuova rivoluzione industriale.

Dove il ritorno alla manifattura ci può riservare un ruolo di collegamento fra il digitale e un saper fare di matrice artigianale uniti a cultura del progetto e design che hanno in Milano una protagonista.

È la risposta italiana alla fabbrica 4.0 tedesca che si articola in mille fablab, enti universitari, associazioni e incubatori che hanno lasciato la loro testimonianza con la presenza anche di Cna e Cgil inevitabilmente spettatori almeno fino a quando non riusciranno a sintonizzarsi su un linguaggio comune. E a capire cosa sta succedendo.

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