Wearable, tutto si crea con la stampa 3D

Fare wearable technology vuol dire creare da zero un prodotto, abbattendo tempi e costi di prototipazione grazie a una stampante 3D. Succede a Milano, nell’apposito corner situato all’interno dell’openspace in cui gli amici e ideatori di Horus Technology, Saverio Murgia e Luca Nardelli, si sono trasferiti nel 2015 dopo i 150mila euro raccolti con la campagna di crowdfunding su piattaforma di TIM WCAP per il loro dispositivo indossabile sviluppato per assistere persone cieche e ipovedenti.
Lasciata a Genova la sede legale di Craft Uniqueuna società che, a oggi, attorno al progetto di Horus, impiega sette dipendenti, tra product developer, product design, brand manager, marketing strategist e sviluppatori software, la sperimentazione della forma e la funzionalità del dispositivo wearable progettato per osservare, comprendere e descrivere attraversamenti pedonali, lettura di testi, riconoscimento di volti e oggetti nasce proprio qui.
Come ci spiega Saverio Murgia, che di Horus Technology è anche CEO: «Acquistata tra la fine del 2014 e l’inizio del 2015 sul sito internazionale di crowdfunding Indiegogo, la stampante 3D non professionale 3D CraftBot dell’ungherese Craft Unique ci ha subito colpito per le performance superiori rispetto alla media delle stampanti 3D da scrivania e per il prezzo comparabile a quello dei prodotti non professionali». Abbattendo, di fatto, i costi di sperimentazione, in termini di forma e dimensione dell’oggetto fisico, troppo alti da sostenere se demandati all’esterno, la CraftBot utilizzata consente, infatti, di stampare in casa sia in ABS sia in PLA e con piatto riscaldato anche le cuffie con filamento flessibile, le plastiche che compongono Horus.

Tecnologia wearable per i suoni

Dopo una prima versione con telecamere montate su occhiali, la forma attualmente assunta da Horus, «che resta compatibile con qualsiasi montatura per occhiali», è quella di un paio di cuffie sportive che passano dietro la testa e sul cui lato destro sono posizionati con design simmetrico due sensori visivi e di orientamento che registrano l’immagine dall’esterno e la inviano via cavo a un dispositivo tascabile in cui sono ospitate batteria e unità di elaborazione. Grazie alla tecnologia della visione stereoscopica, l’oggetto così composto osserva la realtà, la comprende e la descrive alla persona, fornendo informazioni utili e sfruttando la conduzione ossea per non penalizzare l’udito della persona, senza bisogno di connessione a Internet e indipendentemente da altri dispositivi. A sua volta, tramite pressione sugli appositi pulsanti, interazione vocale o semplici azioni, l’utente è in grado di interagire con il dispositivo che, anche grazie ai suoi sensori, comprende quel che accade attorno alla persona, e si comporta di conseguenza.

Le difficoltà ancora in agguato

Tra le sfide tuttora da affrontare, non manca la realizzazione di un’interfaccia utente «davvero semplice da utilizzare ma che non ha alcun punto di riferimento, essendo la prima nel suo genere». Anche la commercializzazione di Horus, prevista entro fine 2016, «una volta conclusa la fase di test pilota per correggere eventuali problematiche non riscontrate in fase di testing» richiederà, fin da subito, un’ottica internazionale, mentre per passare da prototipo realizzato a mano a oggetto miniaturizzato e riproducibile in serie, un aiuto è giunto da Oltreoceano. È, infatti, di inizio gennaio la notizia di un finanziamento pari a 900mila dollari messo sul piatto dalla statunitense 5Lion Holdings per brevettare Horus e portarlo sul mercato entro la fine di quest’anno. Perché sia «realmente alla portata di tutte le tasche», i suoi ideatori stanno ipotizzando la vendita diretta, senza intermediari, mentre fondamentale è, e si conferma, la collaborazione con onlus e associazioni di ipovedenti e di volontariato che si occupano di gravi malattie della retina.
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