Gutenberg era un maker

Qualsiasi rivoluzione tecnologica richiede più o meno le stesse capacità di astrarsi dal presente, in tutte le sue forme. È stato così per il chip, una stampa di transistor; fu così anche per la stessa stampa a caratteri mobili, attribuita a Johannes Gutenberg di Magonza. Di persone con quel nome, a cavallo del Reno e nel Quattrocento, ce n’erano parecchie. Sullo specifico personaggio abbiamo appena una trentina di documenti a lui verosimilmente attribuibili. Su quelli e su fonti indirette è basata tutta la storiografia ufficiale.

Ovviamente trenta documenti, per lo più brandelli, non bastano per raccontare la vita di un uomo. Né delle basi della storia e della tecnologia del mondo d’oggi. Ecco perché è necessario ampliare il vero con il verosimile, ma falso, della narrazione. Probabilmente il modo migliore di farlo è con un romanzo che nasconda componenti saggistiche, come Gutenberg: Founder, Coder, Maker, che si scarica da Lulu.

La storia ufficiale ci dice che Gutenberg sviluppò per primo la stampa a caratteri mobili, sottintendendo che lo fece per regalare al mondo una tecnologia unificante e potentissima. Tutto falso. La stampa a caratteri mobili aveva già dato prova di sé qualche centinaio d’anni prima, per di più con i caratteri cinesi, i cui grafismi rendono più complessa la stampa ad impatto. Forse Gutenberg lo sapeva, forse no.

Quale sia stata la verità, a Gutenberg serviva una nuova tecnologia, uno staff collaudato e dei fondi ingenti. Una nuova tecnologia richiede materiali, macchine e processi; lo staff doveva essere abile nelle conoscenze di base, capace di vivere per anni senza guadagnare dalla nuova impresa -anzi in grado di finanziarla- e pronto a recepire le nuove tecnologie. Ovviamente era necessaria una profonda conoscenza del ginepraio di leggi e regolamenti dell’epoca, tra regni, imperi, Chiesa e città libere.

Sicuramente la base di tutto fu la fusione dei metalli, un’arte che in inglese viene affidata al fonditore, il founder.

Gutenberg cover

Gutenberg Startupper

Oggi nuovi modi di fare imprese, le cosiddette startup, trovano nuovi modi di finanziare le proprie idee, quelle che spesso ci vien detto siano nate in un garage. Orbene, anche chi avvia una start-up si chiama founder, fondatore. In italiano c’è una vocale di differenza, in inglese no. Gutenberg, quindi, fu due volte founder. E le sue aziende avevano tutto quello che si chiede ad una moderna start-up: un’intricata rete di finanziatori -spesso coperti dal segreto-, alcuni dei quali trovati in città distanti; un team di soci a capitale proprio, contrattualizzati con stringenti impegni scritti e sempre con Nda, non disclosure agreements, con i quali s’impegnavano a non rivelare i segreti neanche a moglie e figli; delle stringenti prove di competenza di soci e collaboratori, alle volte messi alla prova in una prima start-up nella quale formare competenze specifiche.

Per farsi finanziare si attaccò a tutti i possibili rivoli d’introito: finanziamento dai soci, prevendita di manufatti, produzione e vendita al dettaglio (probabilmente con insider trading), ma soprattutto usò capitale di ventura. Questa forma di finanziamento è sempre esistita: in particolare nel ‘400, dopo la peste nera, si scontravano la sonnolenta attività di dazi fluviali di Magonza e delle altre città renane e la vibrante attività finanziaria dell’operosa Norimberga.

Inoltre Johannes fece almeno un pivoting, traendo esperienza da una prima iniziativa (la produzione di specchietti per le ostensioni) per lanciarsi in una nuova e più ampia iniziativa, Das Werck der Bucher, l’opera dei libri. E forse la prima iniziativa servì principalmente a forgiare il team.

Gutenberg Coder

Se si dovesse descrivere il mondo attuale con una sola parola, senza dubbio questa sarebbe “software”. Lo sviluppo della programmazione di dispositivi digitali che sta modificando il mondo è certamente l’aspetto principale del mondo d’oggi, e le sue possibilità sono ancora ben lontane dai massimi risultati. Chi scrive codice software viene definito, tra l’altro, coder.

Il software è la codifica della soluzione di un problema in una forma eseguibile per via digitale. Ma la soluzione, ovvero l’algoritmo, è indipendente dall’esecutore, che sia esso una qualsiasi combinazione di forme di vita a base carbonio (la vita sulla Terra), a base ferro (le macchine) o a base silicio (gli elaboratori elettronici). Nell’algoritmo è codificato un sapere che pochi hanno compreso appieno, ma che tutti o quasi possono eseguire. Ogni software contiene quindi l’equivalente di un libro.

Gutenber si trovò davanti tecnologie da semplificare nel numero di passi, nei tempi e nei costi; alchimie finanziarie necessarie a raggranellare gli investimenti minimi; un frasario da usare per parlare in pubblico, anche in tribunale, di una tecnologia che doveva rimanere segreta. E le affrontò sviluppando algoritmi innovativi e codici più o meno innovativi.

Gutenberg Maker

La più recente ondata d’innovazione è quella dei maker, gli artigiani digitali. L’industria ha creato un mondo basato sulla produzione di massa, tutta in uno stesso luogo con straordinarie capacità di organizzazione e distribuzione dei prodotti, e formidabili creatori di bisogni prima inesistenti (ma forse anche poi).

Rispetto a quell’approccio, nel tempo alcune tecnologie come l’elaboratore elettronico (1947), il laser (1960) e la prototipazione rapida (anni ’80) si sono fuse tra loro, diventando disponibili in strumentazioni di costo e dimensioni sempre più piccole. Un esteso insieme di questi dispositivi compongono il fabrication lab, in breve fab lab, il luogo dove i maker s’incontrano e producono innovazione. In quanto luogo nel quale sono disponibili esperti, macchinari ed elettroniche per fare oggetti dal pupazzetto al drone, ciascun fab lab può essere considerato una biblioteca moderna, ovvero il luogo dov’è disponibile il sapere.

All’epoca di Gutenberg quasi tutti erano maker, ovvero artigiani. Nonostante i suoi tre quarti di nobiltà gli impedissero di diventare membro di una qualsiasi gilda, associazione di categoria dell’epoca, inventò parecchie cose. L’uso del bismuto nella fusione del ferro, l’umidificatore per mantenere la carta morbida, il congegno di trasformazione del torchio da uva in una macchina per la stampa piana e le innovazioni negli inchiostri grassi. Il suo laboratorio a S. Arbogast era pieno di nuovi ritrovati di ogni sorta, dalla chimica alla meccanica, e dei relativi prototipi (più rapidi della media dell’epoca). Un vero e proprio fab lab, come scoprirà nello stupore la sua fidanzata, Ennelin.

Conclusioni

L’epoca di Gutenberg prelude a tutta l’era moderna: anticipa la scoperta dell’America, la rinascita delle scienze antiche e il loro superamento con il Rinascimento, la misurazione della longitudine, la diffusione della stampa, la stessa scoperta del senso di Europa. In questo romanzo la storia vera di Gutenberg, riscritta con le ipotesi scientifiche di Bruno Fabbiani, attraversa le conoscenze dell’epoca e ci restituisce le fondamenta storiche, culturali e tecnologiche dell’oggi. Lo spirito del testo è lo stesso dei Grandi Classici Disney: raccontare l’oggi, ambientandolo in un altro luogo e in un altro tempo, in modo da potersi muovere più agilmente. E’ un’operazione che si può fare anche con la tecnologia.

Chi è l’autore

Leo Sorge è giornalista tecnologo per 01Net e 3D Printing Creative. Sulla storia della tecnologia ha scritto, tra gli altri saggi, Le macchie di Gutenberg (Olimpia 2003), Senza Fili (Apogeo 2007) e From Dust to the Nano Age (Lulu 2009). E in preparazione il saggio Mitostoria dei viaggi in America. Il suo primo romanzo è Gutenberg: Founder, Coder, Maker (Lulu 2015).

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